Quando si ascolta una canzone dance è facile e intuitivo accostarla ad una determinata decade o periodo in base alle sonorità, alla cosiddetta “cassa” e agli arrangiamenti che compongono il brano. Ogni periodo storico, a partire dalla discomusic della febbre del sabato sera ad oggi, ha caratteristiche evolutive ben precise: fino al termine degli anni ’70 quasi tutti i brani erano suonati dal vivo con strumenti, poi grazie all’innovazione di esponenti di picco dell’elettronica come i Kraftwerk o Jean-Michel Jarre sono arrivati i sequencer e i sintetizzatori, e dalla seconda metà degli anni ’80 in poi è stato un crescendo di creatività artistica in tale senso.

Come narrano diversi libri e film sull’argomento, il successo del mondo della discoteca in Italia può essere facilmente collocato in un trentennio ben preciso, dal 1974 a 2004. Già dal 1968/1969 da Nord a Sud nascono come funghi locali in ogni provincia, con un apice nella seconda metà degli anni ’70 in corrispondenza del dilagare della “febbre del sabato sera” e soprattutto alle nostre latitudini del “liscio” come fenomeno di massa. Più passa il tempo più alcuni di essi sono aperti addirittura 4 o 5 notti a settimana, nonchè la domenica pomeriggio per il pubblico degli adolescenti. In questa pagina mi soffermerò a fare una breve carrellata sull’ultima fase di questo periodo, dall’apice del fenomeno all’inizio del declino.

Gli anni ’90 su cui ci concentriamo in questo racconto, così apparentemente “simili” come suoni e impronte, meritano in realtà un’analisi più dettagliata e approfondita dei vari periodi che metterà in luce differenze molto significative.
Quella che segue non ha assolutamente la pretesa di essere una guida estesa e completa, ma una facile sintesi dei vari momenti che hanno caratterizzato la decade, raccontati da chi li ha vissuti in prima persona sia nel dancefloor che in consolle.

E’ questo un periodo in cui la dance fa la sua prepotente comparsa nelle classifiche dei singoli, dominando alle prime posizioni gran parte del decennio, caso fino ad ora unico nella storia della musica.
Le produzioni italiane vivono un momento d’oro, destinato purtroppo a non ripetersi più: diversi titoli entrano sia nelle charts americane che inglesi, monopolizzando in pratica la produzione mondiale del genere. Tra le etichette più significative degli anni ’90 ricordiamo la Media Records (di Gianfranco Bortolotti, che lancerà sulla scena tutti i principali artisti della cosiddetta mediterranean progressive ma anche i Cappella e i 49Ers), la Time (con tutte le produzioni legate alla crew di Radio Deejay e il Deejay Time), la toscana DWA di Roberto Zanetti (Robyx) e la Energy (soprattutto nel periodo della Eurodance 1994-1995), la Discomagic e la Do It Yourself (quest’ultima dalla seconda metà del decennio in avanti).


1990-1992: Dall’Italohouse alla Techno e al periodo dello “zanzarismo”

Il 1990 è un anno che rappresenta un giro di boa importante tra la prima house (l’americano Frankie Knuckles ma anche gli inglesi M.a.r.r.s. con “Pump up the volume”) della seconda metà degli anni ’80, il fenomeno acid inglese (1987-1989) e un periodo tutto sommato limitato a 4-5 anni (1987-1992) che rappresenterà il tripudio della prima “techno” (da non confondersi con la techouse attuale, tutt’altro tipo di genere, quest’ultimo decisamente più soft come arrangiamenti e bpm).
L’estate delle “notti magiche” di Italia ’90 vede in classifica tre artisti su tutti: il gruppo belga Technotronic con l’album “Pump up the jam” da cui saranno estratti numerosi singoli di successo, gli italiani Black Box capitanati da Daniele Davoli con la voce di Martha Wash (ex corista di Sylvester) con ben 5 singoli estratti dall’album “Dreamland”, e gli olandesi Twenty For Seven con la loro “I can’t stand it” (e successivamente “Are you dreaming”, follow-up invernale di minor successo, inserito anche nella colonna sonora del film “Vacanze di Natale ’90”).

Seguono un paio d’anni, il 1991 e il 1992, dove i dischi più significativi del panorama mainstream ancora oggi ricordati dalle “masse” sono firmati dai Milli Vanilli, da Rozalla (specie nel mercato inglese), da Crystal Waters, Joy Salinas e dagli italiani Co.Ro. (la cover di “Because the night” di Patti Smith ancora oggi è uno dei maggiori riempipista di quel periodo) e i bergamaschi F.p.i. Project (con diverse produzioni tutte di successo).

Non possiamo tralasciare di questo periodo la citazione del gruppo tedesco degli Snap che tra i vari singoli prodotti ha sfornato forse la hit più bella e ancora oggi più rappresentativa degli anni ’90 in discoteca: “Rhythm is a dancer”. Nell’estate del 1992 è qualcosa di più di un tormentone: non c’e’ radio nelle spiagge italiane che non la suoni!

E’ anche il periodo di diverse produzioni-meteora, fenomeni inspiegabili che tanto successo ebbero al momento, quanto furono completamente dimenticate. Tra esse forse il caso più eclatante è quello del francese Jordy, figlio d’arte del produttore dei Rockets, che all’età di soli 4 anni nell’inverno 1992 scala le classifiche dance con “Dur Dur D’Etrè bébé” oppure gli Enigma con “Sadeness”.

Dal punto di vista del mercato house, se durante il decennio ’90s i suoni non conoscono una particolare evoluzione e/o cambiamento, è giusto citare alcune produzioni-riempipista di questi anni: Marvin Gardens (“My body and soul”), Robin’s (“Show me love” e “Luv 4 Luv”), Jaydee (“Plastic dreams”), Nightcrawlers (“Push the feeling on”), Clivilles & Cole (“Pride-A deeper love”), gli italiani Jestofunk (“Say it again” e “Can we live”), Blast (“Crazy man”) e Black Machine (“How gee”).

Contemporanemente prosegue un periodo cominciato con l’acid house di fine ’80 (fenomeno che aveva base e radici al celebre Club “Hacienda” di Manchester, UK), si trasforma nella vera e propria “techno” e alcuni dischi, pur appartenenti al fenomeno underground, entrano anche nelle classifiche mainstream (tra tutti gli olandesi 2 Unlimited). Albertino con la sua Deejay Parade trasmessa da Radio Deejay cavalca l’onda di questo fenomeno con i titoli più commerciali, dando ampio spazio a quello che venne definito “zanzarismo” (L.A. Style, T99, Phenomania, Chimo Bayo, L.u.p.o., Bit Max, R.t.z., Jam & Spoon con il celebre remix del 1992 di “The Age of love”  ecc…). I suoni diventano sempre più aggressivi, e questo tipo di playlist ottiene un particolare successo tra il pubblico degli adolescenti, che all’epoca affollavano le discoteche alla domenica pomeriggio. L’exploit di questo genere segna in contemporanea (soprattutto per i titoli più di nicchia) la nascita di vere e proprie “cattedrali italiane della notte” che con il tempo si specializzeranno in suoni estremi e ospitate di D.J. specializzati nel filone: l’Ultimo Impero di Airasca (Torino) dove si farà conoscere un giovanissimo Gigi D’Agostino, il Duplè di Aulla (Massa Carrara), l’Imperiale di Tirrenia (Pisa), il Number One di Brescia (per il mondo hardcore, legato alla leggendaria figura di Claudio Lancinhouse e la famosa “Sala 2”), il Cellophane di Miramare di Rimini (con il mitico Gianni Parrini, vera e propria istituzione per la musica dream/progressive della Riviera Romagnola) ma soprattutto il Cocoricò di Riccione (e il periodo d’oro di D.J. Ricci dei Datura al timone della consolle), senz’altro l’esempio “totale” di tutto questo, dove in un unico spazio convivono trasgressione, musica estrema e diversità… I locali citati, grazie alla loro specializzazione in un genere estremo, nel 1990/1991 si trovano all’alba di un periodo “unico” nella loro storia (che culminerà nel 1996 con la Progressive) destinato a durare 7-8 anni e lasciare una traccia indelebile in tutta la nightlife italiana.
Non c’e’ solo musica, ma c’e’ anche e soprattutto tanta arte, creatività e sperimentazione dietro questa parentesi della dance italiana.

Arriviamo al 1993 e all’inizio del periodo della cosiddetta “Eurodance”, che caratterizzerà fondamentalmente 3 anni (1993, 1994, 1995)

Qualche tempo fa ho “sbobinato” una cassetta di una domenica pomeriggio di settembre 1993 che all’epoca mi diede il D.J. di una nota discoteca del centro di Novara e l’ho risentita dopo tanto tempo. E’ stato un flashback notevole perchè a distanza di tempo la cassetta offre uno spunto reale su cosa veramente andasse nella pista, un film un po’ diverso e per fortuna molto più variegato di ciò che la memoria popolare e soprattutto le radio ricordano oggi, limitato purtroppo a pochi episodi (ahimè solo i maggiori e più banali, se vogliamo).

1993-1995: L’esplosione della Eurodance

Cominciamo con il dire che Eurodance” è un termine che venne coniato in seguito. All’epoca infatti la grande distinzione tra i vari generi della dance era fondamentalmente divisa in tre (la cosiddetta “Underground”, che oggi chiameremmo House, la musica di “Tendenza” ovvero i suoni più estremi, e la “Commerciale” ovvero quella più orecchiabile e radiofonica, da classifica).

L’Eurodance identifica sostanzialmente 3 annate (di cui il 1994 forse il migliore del decennio in quanto a numero di hit sfornate, ancora ballatissime oggi), caratterizzate da suoni molto simili tra loro, e una eccezionale uscita di dischi di produzione tricolore.

Nel 1993 ricordiamo un’estate che vede protagonisti su tutti “What is love” di Haddaway,All that she wants” degli Ace Of Base, “Mr. Vain” dei Culture Beat, Right in the night” di Jam & Spoon e “More and More” dei Captain Hollywood Project. Se questi artisti erano di provenienza straniera, possiamo però dire che è dall’uscita di “The rhythm of the night” (nel novembre 1993) di Corona che comincia l’esplosione di titoli italiani “Eurodance” in classifica. La stessa artista calcherà il podio delle charts con una hit dopo l’altra nel giro di un periodo di meno di 24 mesi.

Tra i brani eurodance di produzione italiana, quelli più importanti che ebbero particolare risonanza nel mercato straniero furono “Move on baby” dei Cappella, “Think about the way” di Ice Mc (con la voce di Alexia, colonna sonora anche del film inglese “Cult” ’90s Trainspotting), Double You (già nel 1992 soprattutto con “Please don’t go” e poi nel 1995 con “Dancing with an angel”) e i progetti Alex Party (specie nel mercato inglese con “Don’t give me your life”) e Livin’Joy dei fratelli veneti Paolo & Gianni Visnadi.

C’è poi un caso di “One hit wonder” che ottiene un improvviso successo in Italia, finendo al primo posto della Deejay Parade di Radio Deejay nel cuore di ferragosto 1994: “Gam Gam” dei dj riccionesi Mauro Pilato & Max Monti. Il brano riprende il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23 e soprattutto la citazione dell’omonimo brano nel film “Jona che visse nella balena” di Roberto Faenza. Atmosfere tutt’altro che felici dunque, in piena estate…esattamente il contrario di quello che succede negli ultimi anni!

E’ giusto segnalare come le produzioni italiane più significative di quegli anni (tra cui Da Blitz, Bliss Team, Datura, U.s.u.r.a.) pur non cavalcando classifiche inglesi e americane, hanno avuto un particolare e insolito successo in America Latina. Ancora oggi è evidente il fatto che siano diventati dei veri e propri “cult” in quei paesi dai numerosi commenti su YouTube, specie i brani più di nicchia che magari qui in Italia in pochi ricordano, pur avendoli ballati a suo tempo.

Tra gli altri brani degni di nota particolare menzione va alla danese Whigfield che nel 1994 con “Saturday night” scala i primi posti di tutte le classifiche europee sdoganando un ballo legato al brano (derivante da esibizioni dal vivo, specie a Top Of The Pops UK ma introdotto la prima volta da un istruttore di fitness e non dal videoclip ufficiale).

L’ultima estate dell’Eurodance è quella del 1995, con “Memories” dei Netzwerk e a settembre l’uscita di “Me And You” di Alexia feat. Double You. Entrambi i titoli (insieme a numerose altre hit) rappresenteranno il culmine dalla DWA di Massa Carrara, capitanata da Robyx (Roberto Zanetti)….forse l’etichetta più significativa dell’eurodance, che caratterizzerà con un “marchio di fabbrica” i sequencer e i suoni delle proprie produzioni.

L’autunno del 1995 segnerà un decisivo cambio di rotta nei suoni delle produzioni dance. La melodia della eurodance lascia infatti il posto alle sonorità più “Dream” ma nello stesso tempo malinconiche dei mesi della “Mediterranean Progressive”. Gli ultimi scampoli delle produzioni dance melodiche ai primi posti delle classifiche sono brani come “All I need is love” di Indiana, “Dub I Dub” di Me & My e “Midnight” di Fargetta, anche se il vero “Anthem” della notte era “Sale sale…e non fa male” ovvero Human Groove con “Your brain is mine.

Oltremanica non possiamo non citare gli episodi di Aphex Twin, considerato una delle figure più influenti della musica elettronica contemporanea e il suo filone della nuova “Ambient Techno“, così come non possiamo non citare gli Orb (già attivi dal 1988) con il loro genere “Ambient House“, definiti da più parti i nuovi “Pink Floyd” della musica elettronica. Sono parentesi che in Italia giunsero marginalmente, se non tramite le classifiche specializzate e soprattutto l’alta rotazione dei loro video su Mtv Europe, allora diffusa sul satellite Astra 19,2° Est.

1996: L’anno della progressive

E’ opinione comune tra molti D.J. e addetti ai lavori datare con l’uscita dei singoli “Children” di Robert Miles (6 milioni di copie vendute in tutto il mondo, fonte Wikipedia) ed “Eternally” di Quadran (nell’autunno 1995) l’inizio del periodo della dream e della progressive, un capitolo decisamente a parte nella narrazione della storia della dance ’90 che durerà giusto 15-16 mesi, ma forse quello più artisticamente creativo e che lascerà una impronta indelebile nella nightlife italiana, determinando “pellegrinaggi” ai locali specializzati in questo filone e lanciando numerose figure mitologiche di vocalist.

E’ come se all’improvviso si rinnegasse la felicità e la spensieratezza della dance che aveva scalato le classifiche fino ad allora, e si cercasse dalla musica da ballare una sorta di viaggio e alienazione attraverso atmosfere sognanti e introspettive…anche se è curioso notare “come le origini della dream progressive fossero da ricercarsi nella risposta alle pressioni sociali che si verificarono in Italia durante i primi anni novanta, quando la crescita del fenomeno dei Rave anche alle nostre latitudini, e la conseguente popolarità delle discoteche tra giovani e adulti aveva creato una tendenza settimanale di decessi legati a incidenti stradali, causati dall’assunzione di alcol e droghe, e da colpi di sonno durante la guida dovuti alla danza estenuante” (fonte Wikipedia)

Tra le case discografiche che cavalcarono questo fenomeno e che lanciarono gran parte dei D.J. di riferimento c’e’ la Media Records di Brescia dell’architetto Gianfranco Bortolotti, che con la sotto-etichetta “BXR” coniò il termine di “Mediterranean Progressive“.

Nel giro di pochi mesi domineranno le classifiche le produzioni di Mario Più, Gigi D’Agostino (questa la sua “primissima fase” di successo, forse la più bella, per tutti coloro che hanno vissuto quel momento, nda), Ricky Le Roy, Mauro Picotto, Roland Brant, Alex Remark, B.B.E., ecc… C’e’ da dire che su tutti Gigi D’Agostino fu forse il maggiore precursore del genere, perchè già due anni prima con “Noisemaker theme” aveva anticipato quelli che sarebbero stati i tratti salienti della progressive.

L’intento dei produttori dance fu però disatteso da un progressivo allontanamento del pubblico femminile (notoriamente meno incline a queste sonorità) dalle sale commerciali delle discoteche, che trovarono nell’esplosione della moda dei “discobar” e nel contesto della “happy music” (termine ormai desueto tipicamente anni novanta, che indicava situazioni con playlist a 360° con brani appartenenti a generi molto diversi tra loro, ma con la caratteristica comune del mood happy/solare e l’esistenza di numerosi balli di gruppo e sociali) il loro rifugio.
Ricordiamo come l’estate del 1996 vedeva contrapporsi da un lato l’esplosione di massa della progressive, dall’altra situazioni dove a farla da padrone erano i balli di gruppo (tra cui la “Macarena” dei Los del Rio, “Maria” di Ricky Martin e  il “Tic Tic Tac” dei Los Locos) e il permanere immutato di contesti dove si proponeva “house di tendenza”, che sembravano completamente avulsi ed estranei al fenomeno, una sorta di presidi intoccabili dove i Bpm erano molto più bassi, e si visse un film ben diverso, più asettico, composto, quindi forse artisticamente più noioso e meno variegato di quei mesi.

Se la commerciale passò dall’eurodance alla progressive, il mondo house riuscì comunque a entrare in classifica tra il 1995 e il 1996 con brani che fecero la storia degli anni ’90: “Missing” degli Everything But The Girl (con il Remix di Todd Terry, forse il brano più bello del 1995, nda), “3 is a Family” di Dana Dawson (Rmx), “Hideaway” di De’Lacy, “Space Cowboy” di Jamiroquai (David Morales Rmx), “Make the world go round” di Sandy B. , “Professional widow” (Rmx) di Tori Amos, “Keep on Jumpin’” di Todd Terry e “Your loving arms” di Billie Ray Martin.

In questo anno 1996 ci sono anche delle “mosche bianche” da segnalare, colpi di coda della Eurodance che ebbero comunque un significativo successo: “Bailando” di Paradisio, “Summer is crazy” di Alexia (sigla del Festivalbar di quell’anno) e “Into the night” di Ondina.

E’ anche l’anno in cui in Lombardia inizia l’esplosione di Discoradio, emittente legata alla Discoteca Studio Zeta nata meno di dieci anni prima (1988) ma che solo nell’autunno del 1996 (con l’avvento del nuovo sistema di automazione digitale che è stato il preludio di una programmazione più tematica) diventa 100% Dance e cavalca totalmente le mode del momento. In pochissimo tempo moltiplica gli ascolti divenendo tra le più ascoltate al Nord Italia, si espande acquisendo numerose frequenze e uno stile che unisce la colloquialità dei suoi speaker con gli ascoltatori (numerose sono le dirette “telefoniche”) ad una programmazione particolarmente “sul pezzo” per il target mainstream dei giovanissimi dell’epoca. La possibilità poi di avvicinare gran parte dello staff alla Discoteca Studio Zeta durante le serate e i pomeriggi, nonchè visitare gli studi della radio (al piano di sopra) sono un connubio perfetto tra la professionalità del prodotto e l’umanità di chi sta dietro le quinte, non “inarrivabile” o “intoccabile”, ma sorprendentemente disponibile.

1997-1999: Il ritorno dell’”happy mood”

Il 1997 si apre con un ritorno a sonorità molto più “allegre” e “scanzonate” rispetto all’anno precedente, con però una caratteristica saliente: le battute al minuto sono molto più basse, e gran parte dei successi da qui in avanti si attestano intorno ai 125-130 Bpm (ben lontani ai 135-140 della Eurodance). Escono una considerevole mole di brani che campionano il groove di “Missing” degli Everything But The Girl (Todd Terry Rmx), tra cui i più famosi sono quelli di Chase.

Da una parte segnaliamo il prevalere di sonorità radiofoniche, con artisti tipo Aqua, Blackwood, D.J. Dado, Simone Jay, Gala, Ty.pi.cal. (e la nuova vocalist Kimara Lawson), dall’altra il proseguire del periodo progressive/trance con sonorità mutate e una cassa più pesante, nonchè un Climax diverso. Fanno parte di queste seconda categoria i brani di Sash!, M.u.t.e., D.J. Quicksilver, Three Drives on a Vinyl, Future Breeze, Hypertrophy, Fiocco, Koala, Absolom.

Nello stesso tempo assistiamo all’inizio della “Seconda fase” di successo di Gigi D’Agostino, che lo porterà alla consacrazione finale nel 1999 con “L’Amour Toujours”: escono brani come “Elisir” (un tormentone dance dell’estate 1998), “The riddle”, “Another way”.

Dal punto di vista house possiamo segnalare artisti come Mousse T, Whirpool Productions, Laguna, Sharada House Gang e Full Intention e una infinità di altre produzioni poco significative che riprendono groove e campionamenti della Disco ’70 o più in generale del soul americano.

Non possiamo non citare l’esplosione della musica elettronica, molto amata non solo dal pubblico piu’ commerciale ma anche da quello rock e alternativo. Da questo punto di vista possiamo datare l’uscita di “Born slippy” degli Underworld come inizio di un periodo che vedrà come protagonisti da una parte il “Big Beat” inglese (con artisti tipo Prodigy, Chemical Brothers e Fatboy Slim), dall’altra il “French Touch” (con Air, Daft Punk e il primissimo Bob Sinclar).

Arriviamo al 1999, che segna l’ingresso nelle scene degli italiani Eiffel 65. La loro “Blue” riuscì a scalare le classifiche di quasi tutto il mondo, soprattutto in America furono l’unico gruppo italiano a dominare i vertici della Billboard Charts dal 1962, vendendo complessivamente quasi 10 milioni di copie del singolo.

E’ un anno particolarmente florido di hits: brani come “Tell me why” di Giorgio Prezioso, “All I Really Want” di Kim Lukas, la cover di “Crime of Passion” (Mike Oldfield) di Bamble B., “Surrender” dei Soundlovers, e le due hit “Bla bla bla” ma soprattutto “L’Amour Toujours” di Gigi D’Agostino (quest’ultima come noto abbondantemente ripescata a distanza di 20 anni, ancora oggi ottiene un nuovo successo paragonabile al precedente). Nonostante gli ultimi coda della spensieratezza degli anni ’90, si segnala un primo “cedimento” non proprio evidentissimo del mondo della discoteca: dal 1997 in poi ci fu un progressivo calo di presenze tra il pubblico pomeridiano di adolescenti, fino a far scomparire del tutto l’idea di “pomeriggio in discoteca”. Non è chiaro a livello sociologico ed educativo quale sia stata la dinamica che abbia portato improvvisamente ragazzi e ragazze di 14-15 anni dall’andare a ballare alle 15 di pomeriggio (anche con 30° gradi esterni) al fare tranquillamente le 4-5 di mattina, possiamo solo prendere atto che certe situazioni finirono pian piano per scomparire, nel nome della globalizzazione e degli stili di vita mutati.

2000-2003: L’esplosione della “house commerciale” e gli ultimi vagiti della dance ’90

Il titolo di quest’ultima sezione non è casuale, il 2003 è infatti comunemente ritenuto una sorta di spartiacque tra il mondo della discoteca tradizionale degli anni ’90 e quello attuale, caratterizzato da situazioni completamente agli antipodi rispetto a quel periodo.

Dal 2001 al 2003 assistiamo da una parte alla produzione di suoni più raffinati e soft, e alla cosiddetta “house commerciale” (termine in realtà usato impropriamente), dall’altra agli ultimi colpi di coda della dance commerciale con suoni simili a quelli della fine del decennio precedente, culminata nel 2003 in una serie di brani dance con cassa molto pesante e caratterizzati dall’avere un cantato esclusivamente in italiano, quasi una sorta di ultima spiaggia e la fine delle idee, per la dance “Made in Italy”.

Fanno parte della prima categoria i brani come quelli di Spiller, Afro Medusa, House Of Glass, The Supermen Lovers, Roger Sanchez, D.B. Boulevard, Planet Funk, Different Gear, Praise Cats, Deepswing, Silicone Soul, Part-T-One.

Nello stesso periodo si diffonde anche il genere di culto “Elettroclash“, nato nei club underground di Londra, Berlino e New York e destinato a durare pochi mesi. Lo stile dell’elettroclash riprendeva suoni della New Wave ’80, della Elektro e della Acid House con ampio uso di Synth e Drum Machine. Tra gli artisti più significativi citiamo Miss Kittin & The Hacker, Fischerspooner, Peaches, The Adult. La diffusione dell'”Elettroclash” va di pari passo con la riscoperta dei rispettivi artisti di riferimento dei primi anni ’80, che tornano ad avere una certa popolarità dopo un decennio (quello dei ’90s) in cui erano stati apparentemente accantonati.

Di tutt’altro timbro sono invece i brani dance cantati in italiano di maggiore successo di quel periodo, ovvero “La danza delle Streghe” e “Geordie” di Gabry Ponte, “Giulia” di D.J. Lhasa, “Voglio vederti danzare” di Giorgio Prezioso, “Sexy girl” dei Brothers, “La discoteca” degli Exch Pop True, “Il gioco dell’amore” di Danijay feat. Hellen, “Viaggia insieme a me” e “Una notte e forse mai più” degli Eiffel 65.

L’uscita di questi brani corrisponde in pieno a ciò che potremmo definire gli ultimi vagiti, nonchè la fine di un’epoca. Dal 2003 in poi, complici una infinità di fattori tra cui la crisi economica, l’entrata in vigore dell’Euro, un diverso modo di intendere le serate e il mondo della notte (si passa in pochi anni “dall’essere se stessi con l’entusiasmo in pista” al “protagonismo sfrenato” con i tavoli prenotati, lo spumante o la vodka) questo settore conosce una crisi costante e un punto di non ritorno. La mazzata finale arriverà poi dal divieto di fumo nei locali pubblici al chiuso, che porterà ad un esodo inevitabile di una buona parte di pubblico all’esterno (ad ogni cambio disco “sbagliato”) e qualche tempo dopo l’esplosione degli smartphone e dei social. Cambiano anche le mode, se negli anni ’90 lo stile dei vestiti era molto trendy, sportivo e giovanile (le scarpe Zeppe, le Buffalo, i Bomber dei primi anni ’90, i Jeans colorati, la mitica felpa “Adidas” e gli occhiali da sole durante il periodo progressive erano d’obbligo…), con l’avvento del nuovo millennio non c’e’ molta differenza di abito tra genitori e figli, e il tutto diventa molto più “pettinato”, “tirato” e omologato, lasciando ben poco spazio a situazioni originali, creative e fuori dagli schemi.

Gli anni delle discoteche imballate dal mercoledì alla domenica sera e delle domeniche pomeriggio per i più giovani lasciano il posto ad eventi in cui il D.J. assume sempre più una figura assimilabile a quella di un “musicista” (si passa dalla consolle “inaccessibile” a quella tra la gente o addirittura in tempi recenti il palco). La serata diventa il “D.J. Set”, il culto del “sabato sera tassativo a ballare in discoteca” scompare lasciando lo spazio all’idea dell’evento da vivere come un’esperienza “una tantum” (tipo quindi un concerto), e non un sacramento tassativo irrinunciabile.

Degli anni ’90 ci rimangono poche foto (perchè i rullini e lo sviluppo costavano!), ma tanti ricordi indelebili.

Le cattedrali nel deserto delle discoteche abbandonate che oggi vediamo nei gruppi Facebook sembrano ancora trasudare emozioni, suoni, sapori di pomeriggi e nottate che hanno segnato tutta la generazione nata negli anni ’60-’70, e la collocazione geografica ha nomi ben precisi scolpiti nella mente di chi ha vissuto quegli anni (Airasca, Aulla, Tirrenia, Desenzano, Lonato, Rimini, Riccione, Misano Adriatico, Gabicce…ecc…) fatte di chilometri e chilometri sulle strade, dall’ora del tramonto all’alba.

Vi sono alcuni brani che descrivono molto bene il senso di libertà e alienazione che si provava in pista, lontani da giudizi, imposizioni e restrizioni: “Everybody’s free (To feel good) di Rozalla” del 1991 e “Free di Ultranatè” del 1997.

Il benessere e la floridità economica degli anni ’80 e ’90, i due decenni “plasticosi” per eccellenza… vedevano nella discoteca il loro tempio indiscusso: nottate che sembravano non finire mai, divertimento sfrenato in contesti che il moralismo e il processo continuo dei social di oggi senz’altro condannerebbe senza pietà, fuga dal quotidiano per quelle cinque o sei ore il fine settimana in un “mondo ideale” dove la tristezza era bandita, e tutto sembrava un immenso e gioioso set di luna park artificiale, anche quando la musica era tutto fuorchè allegra. Certamente al momento si era pienamente consci che questo edonismo non potesse durare in eterno… ma chi ha vissuto quegli anni oggi non può fare a meno di continuare a raccontarli ossessivamente, facendo riaffiorare ricordi da cimeli, foto e video “storici” presenti sulla rete web.

Dedicato a chi c’era e chi ha vissuto quegli anni… “quella notte è ancora nostra”!

Federico Stella