Quando si ascolta una canzone dance è facile e intuitivo accostarla ad una determinata decade o periodo in base alle sonorità, alla cosiddetta “cassa” e agli arrangiamenti che compongono il brano. Ogni periodo storico, a partire dalla discomusic della febbre del sabato sera ad oggi, ha caratteristiche evolutive ben precise: fino al termine degli anni ’70 quasi tutti i brani erano suonati “dal vivo” con strumenti, poi grazie all’innovazione di esponenti di picco dell’elettronica come i Kraftwerk o Jean-Michel Jarre sono arrivati i sequencer e i sintetizzatori, e dalla seconda metà degli anni ’80 in poi è stato un crescendo di creatività artistica in tale senso.

Gli anni ’90, così apparentemente “simili” come suoni e impronte, meritano in realtà una carrellata più dettagliata e approfondita dei vari periodi che metterà in luce differenze molto significative.
Quella che segue non ha assolutamente la pretesa di essere una guida estesa e completa, ma una facile sintesi dei vari momenti che hanno caratterizzato la decade, raccontati da chi li ha vissuti in prima persona.

E’ questo un periodo in cui la dance fa la sua prepotente comparsa nelle classifiche dei singoli, dominando alle prime posizioni gran parte del decennio, caso fino ad ora unico nella storia della musica.
Le produzioni italiane vivono un momento d’oro, destinato purtroppo a non ripetersi più: diversi titoli entrano sia nelle charts americane che inglesi, dominando in pratica la produzione mondiale. Tra le etichette più significative degli anni ’90 ricordiamo la Media Records (che lancerà sulla scena tutti i principali artisti della cosiddetta mediterranean progressive), la Time (con tutte le produzioni legate alla crew di Radio Deejay e il Deejay Time), la DWA di Roberto Zanetti (Robyx) e la Energy (soprattutto nel periodo della Eurodance 1994-1995), la Discomagic e la Do It Yourself (quest’ultima dalla seconda metà del decennio in avanti).


1990-1992: Dall’Italohouse alla Techno e al periodo dello “zanzarismo”

Il 1990 è un anno che rappresenta un giro di boa importante tra la prima house (l’americano Frankie Knuckles ma anche gli inglesi M.a.r.r.s. con “Pump up the volume”) della seconda metà degli anni ’80, il fenomeno acid inglese e un periodo tutto sommato limitato a 4-5 anni (1987-1992) che rappresenterà il tripudio della prima “techno” (da non confondersi con la techouse attuale, tutt’altro tipo di genere, decisamente più soft come arrangiamenti e bpm).
L’estate delle “notti magiche” di Italia ’90 vede in classifica tre artisti su tutti: il gruppo belga Technotronic con l’album “Pump up the jam” da cui saranno estratti numerosi singoli di successo, gli italiani Black Box capitanati da Daniele Davoli con la voce di Martha Wash (ex corista di Sylvester) con ben 5 singoli estratti dall’album “Dreamland”, e gli olandesi Twenty For Seven con la loro “I can’t stand it” (e successivamente “Are you dreaming”, singolo invernale di minor successo).

Seguono un paio d’anni, il 1991 e il 1992, dove i dischi più significativi del panorama mainstream ancora oggi ricordati dalle “masse” sono firmati dai Milli Vanilli, da Rozalla (specie nel mercato inglese), dai Crystal Waters, Joy Salinas e dagli italiani Co.Ro. (la cover di “Because the night” ancora oggi è uno dei maggiori riempipista di quel periodo) e i bergamaschi F.P.I. Project (con diverse produzioni tutte di successo).

Non possiamo tralasciare di questo periodo la citazione del gruppo tedesco degli Snap che tra i vari singoli prodotti ha sfornato forse la hit più bella e rappresentativa degli anni ’90: “Rhythm is a dancer”. Nell’estate del 1992 è qualcosa di più di un tormentone: non c’e’ radio nelle spiagge italiane che non la suona.

E’ anche il periodo di diverse produzioni-meteora, fenomeni inspiegabili che tanto successo ebbero al momento, quanto furono completamente dimenticate. Tra esse forse il caso più eclatante è quello del francese Jordy, figlio d’arte del produttore dei Rockets, che all’età di soli 4 anni nell’inverno 1992 scala le classifiche dance con “Dur Dur D’Etrè bébé” oppure gli Enigma con “Sadeness”.

Dal punto di vista del mercato house, se durante il decennio ’90s i suoni non conoscono una particolare evoluzione e/o cambiamento, è giusto citare alcune produzioni-riempipista di questi anni: Marvin Gardens (“My body and soul”), Robin’s (“Show me love” e “Luv 4 Luv”), Jaydee (“Plastic dreams”) e Clivilles & Cole (“Pride-A deeper love”).

Contemporanemente prosegue un periodo cominciato con l’acid house di fine ’80 (fenomeno che aveva base e radici alla celebre Hacienda di Manchester, UK), si trasforma nella vera e propria “techno” e alcuni dischi, pur appartenenti al fenomeno underground, entrano anche nelle classifiche più commerciali (tra tutti gli olandesi 2 Unlimited). Albertino con la sua Deejay Parade trasmessa da Radio Deejay cavalca l’onda di questo fenomeno, dando ampio spazio a quello che venne definito “zanzarismo” (L.A. Style, T99, Phenomania, Chimo Bayo, L.u.p.o., Bit Max, R.t.z., ecc…). I suoni diventano sempre più aggressivi, e questo tipo di playlist ottiene un particolare successo tra il pubblico degli adolescenti, che all’epoca affollavano le discoteche alla domenica pomeriggio. L’exploit di questo genere segna in contemporanea la nascita di vere e proprie “cattedrali italiane della notte” che con il tempo si specializzeranno in suoni estremi e ospitate di DJ specializzati nel filone: l’Ultimo Impero di Airasca (Torino) dove si farà conoscere un giovanissimo Gigi D’Agostino, il Duplè di Aulla (Massa Carrara), l’Imperiale di Tirrenia (Pisa), il Number One di Brescia (per il mondo hardcore, legato alla leggendaria figura di Claudio Lancinhouse), il Cellophane di Miramare di Rimini (con il mitico Gianni Parrini) ma soprattutto il Cocoricò di Riccione (e il periodo d’oro di DJ Ricci dei Datura al timone della consolle). I locali citati, grazie alla loro specializzazione “unica” in un genere estremo, nel 1990/1991 si trovano all’alba di un periodo unico nella loro storia (che culminerà nel 1996 con la progressive) destinato a durare 7-8 anni e lasciare una traccia indelebile in tutta la nightlife italiana.

Arriviamo al 1993 e all’inizio del periodo della cosiddetta “eurodance”, che caratterizzerà fondamentalmente 3 anni (1993, 1994, 1995)

1993-1995: L’esplosione della Eurodance

Cominciamo con il dire che il termine “Eurodance” è un termine che venne coniato in seguito. All’epoca infatti la grande distinzione tra i vari generi della dance era fondamentalmente divisa in tre (la cosiddetta “underground”, che oggi chiameremmo house, la musica di “tendenza” ovvero i suoni più estremi, e la “commerciale” ovvero quella più orecchiabile e radiofonica, da classifica).

L’Eurodance identifica sostanzialmente 3 annate, caratterizzate da suoni molto simili tra loro, e una eccezionale sfornata di dischi di produzione made in Italy.

Nel 1993 ricordiamo un’estate che vede protagonisti su tutti “What is love” di Haddaway, “All that she wants” degli Ace Of Base, “Mr. Vain” dei Culture Beat, “Right in the night” di Jam & Spoon e “More and More” dei Captain Hollywood Project. Se questi artisti erano di provenienza straniera, possiamo però dire che è dall’uscita di The rhythm of the night (nel novembre 1993) di Corona che comincia l’esplosione di titoli italiani “eurodance” in classifica. La stessa artista calcherà il podio delle charts con una hit dopo l’altra nel giro di un periodo di meno di 24 mesi.

Tra i brani eurodance di produzione italiana, quelli più importanti che ebbero particolare risonanza nel mercato straniero furono “Move on baby” dei Cappella, “Think about the way” di Ice Mc (con la voce di Alexia, colonna sonora anche del film “cult” ’90s Trainspotting), Double You (già nel 1992 soprattutto con “Please don’t go” e poi nel 1995 con “Dancing with an angel”) e il progetto Alex Party dei fratelli Visnadi (specie nel mercato inglese con “Don’t give me your life”).

C’è poi un caso di “One hit wonder” che ottiene un improvviso successo in Italia, finendo al primo posto della Deejay Parade di Radio Deejay nel cuore di ferragosto 1994: “Gam Gam” dei dj riccionesi Mauro Pilato & Max Monti. Il brano riprende il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23 e soprattutto la citazione dell’omonimo brano nel film “Jona che visse nella balena” di Roberto Faenza.

E’ giusto segnalare come le produzioni italiane più significative di quegli anni (tra cui Da Blitz, Bliss Team, Datura, U.s.u.r.a.) pur non cavalcando classifiche inglesi e americane, hanno avuto un particolare e insolito successo in America Latina. Ancora oggi è evidente il fatto che siano diventati dei veri e propri “cult” in quei paesi dai numerosi commenti su youtube, specie i brani più di nicchia che magari qui in Italia in pochi ricordano, pur avendoli ballati a suo tempo.

Tra gli altri brani degni di nota particolare menzione va alla danese Whigfield che nel 1994 con “Saturday night” scala i primi posti di tutte le classifiche europee sdoganando un ballo legato al brano (derivante da esibizioni dal vivo, specie a Top Of The Pops UK ma introdotto la prima volta da un istruttore di fitness e non dal videoclip ufficiale).

L’ultima estate dell’Eurodance è quella del 1995, con “Memories” dei Netzwerk e a settembre l’uscita di “Me And You” di Alexia. Entrambi i titoli (insieme a numerose altre hit) rappresenteranno il culmine dalla DWA di Massa Carrara, capitanata da Robyx (Roberto Zanetti)….forse l’etichetta più significativa dell’eurodance, che caratterizzerà con un “marchio di fabbrica” i sequencer e i suoni delle proprie produzioni.

L’autunno del 1995 segnerà un decisivo cambio di rotta nei suoni delle produzioni dance. La melodia della eurodance lascia infatti il posto alle sonorità più “dream” ma nello stesso tempo malinconiche dei mesi della “mediterranean progressive”. Gli ultimi scampoli delle produzioni dance melodiche ai primi posti delle classifiche sono brani come “All I need is love” di Indiana, “Dub I Dub” di Me & My e “Midnight” di Fargetta.

1996: L’anno della progressive

E’ opinione comune tra DJ e addetti ai lavori datare con l’uscita dei singoli “Children” di Robert Miles (6 milioni di copie vendute in tutto il mondo, fonte Wikipedia) ed “Eternally” di Quadran (nell’autunno 1995) l’inizio del periodo della dream e della progressive, un capitolo decisamente a parte nella narrazione della storia della dance ’90 che durerà giusto 14-15 mesi, ma forse quello più artisticamente creativo e che lascerà una impronta indelebile nella nightlife italiana, consacrando “pellegrinaggi” ai locali specializzati in questo filone e lanciando numerose figure mitologiche di vocalist.

E’ come se all’improvviso si rinnegasse la felicità e la spensieratezza della dance che aveva scalato le classifiche fino ad allora, e si cercasse dalla musica da ballare una sorta di viaggio e alienazione attraverso atmosfere sognanti e introspettive….anche se è curioso notare come le origini della dream progressive fossero da ricercarsi nella risposta alle pressioni sociali che si verificarono in Italia durante i primi anni novanta, quando la crescita del fenomeno dei rave e la conseguente popolarità delle discoteche tra giovani e adulti aveva creato una tendenza settimanale di decessi legati a incidenti stradali, causati dall’assunzione di alcol e droghe, e da colpi di sonno durante la guida dovuti alla danza estenuante” (fonte Wikipedia)

Tra le case discografiche che cavalcarono questo fenomeno e che lanciarono gran parte dei DJ di riferimento c’e’ la Media Records di Brescia dell’architetto Gianfranco Bortolotti, che con la sotto-etichetta “BXR” coniò il termine di “Mediterranean Progressive“.

Nel giro di pochi mesi domineranno le classifiche le produzioni di Mario Più, Gigi D’Agostino (questa la sua “primissima fase” di successo, forse la più bella, per tutti coloro che hanno vissuto quel momento, nda), Ricky Le Roy, Mauro Picotto, Roland Brant, Alex Remark, B.B.E., ecc…

L’intento dei produttori dance fu però disatteso da un progressivo allontanamento del pubblico femminile (notoriamente meno incline a queste sonorità) dalle sale commerciali delle discoteche, che trovarono nell’esplosione della moda dei “discobar” e nel contesto della “happy music” (termine tipicamente anni novanta, che indicava situazioni con playlist a 360° con brani appartenenti a generi molto diversi tra loro, ma con la caratteristica comune del mood happy e l’esistenza di numerosi balli di gruppo e sociali) il loro rifugio.
Ricordiamo come l’estate del 1996 vedeva contrapporsi da un lato l’esplosione di massa della progressive, dall’altra situazioni dove a farla da padrone erano i balli di gruppo (tra cui la “Macarena” dei Los del Rio, e il Tic Tic Tac) e il permanere immutato di contesti dove si proponeva “house di tendenza”, che sembravano completamente avulsi ed estranei al fenomeno, una sorta di presidi intoccabili dove i Bpm erano più bassi, e si visse un film ben diverso, più asettico, composto, e forse più noioso di quei mesi.

Se la commerciale passò dall’eurodance alla progressive, il mondo house riuscì comunque a entrare in classifica tra il 1995 e il 1996 con brani che fecero la storia degli anni ’90: “Missing” degli Everything But The Girl (con il Remix di Todd Terry, forse il brano più bello del 1995), “3 is a Family” di Dana Dawson (Rmx), “Hideway” di De’Lacy, “Space Cowboy” di Jamiroquai (David Morales Rmx), “Make the world go round” di Sandy B. , “Professional widow” (Rmx) di Tori Amos, “Keep on Jumpin'” di Todd Terry e “Your loving arms” di Billie Ray Martin.

In questo anno 1996 ci sono anche delle “mosche bianche” da segnalare, colpi di coda della Eurodance che ebbero un significativo successo: “Bailando” di Paradisio, “Summer is crazy” di Alexia e “Into the night” di Ondina.

1997-1999: Il ritorno dell'”happy mood”

Il 1997 si apre con un ritorno a sonorità molto più “allegre” e “scanzonate” rispetto all’anno precedente, con però una caratteristica saliente: le battute al minuto sono molto più basse, e gran parte dei successi da qui in avanti si attestano intorno ai 125-130 Bpm (ben lontani ai 135-140 della Eurodance). Escono una considerevole mole di brani che campionano il groove di “Missing” degli Everything But The Girl (Todd Terry Rmx), tra cui i più famosi sono quelli di Chase.

Da una parte segnaliamo il prevalere di sonorità radiofoniche, con artisti tipo Aqua, Blackwood, D.J. Dado, Simone Jay, Gala, Ty.pi.cal. (e la nuova vocalist Kimara Lawson), dall’altra il proseguire del periodo progressive con sonorità mutate e una cassa più pesante, nonchè un climax diverso. Fanno parte di queste seconda categoria i brani di Sash!, M.u.t.e., D.J. Quicksilver, Three Drives on a Vinyl, Future Breeze, Hypertrophy.

Nello stesso tempo assistiamo all’esplodere della “seconda fase” di successo di Gigi D’Agostino, che lo porterà alla consacrazione finale nel 1999 con l'”Amour Toujours”: escono brani come “Elisir” (un tormentone dance dell’estate 1998), “The riddle”, “Another way”.

Dal punto di vista house possiamo segnalare artisti come Mousse T, Whirpool Productions, Laguna, Sharada House Gang e Full Intention e una infinità di produzioni poco significative che riprendono groove e campionamenti della Disco ’70 o più in generale del soul americano.

Non possiamo non citare l’esplosione della musica elettronica, molto amata non solo dal pubblico piu’ commerciale ma anche da quello rock e alternativo. Da questo punto di vista possiamo datare l’uscita di “Born slippy” degli Underworld come inizio di un periodo che vedrà come protagonisti da una parte il “big beat” inglese (con artisti tipo Prodigy, Chemical Brothers e Fatboy Slim), dall’altra il “french touch” (con Air, Daft Punk e il primissimo Bob Sinclar).

Arriviamo al 1999, che segna l’esplosione degli italiani Eiffel 65. La loro “Blue” riuscì a scalare le classifiche di quasi tutto il mondo, soprattutto in America furono l’unico gruppo italiano a dominare i vertici della Billboard Charts dal 1962, vendendo complessivamente quasi 10 milioni di copie del singolo.

E’ un anno particolarmente florido di hits: brani come “Tell me why” di Giorgio Prezioso, “All I Really Want” di Kim Lukas, la cover di “Crime of Passion” (Mike Oldfield) di Bamble B., “Surrender” dei Soundlovers, e le due hit “Bla bla bla” ma soprattutto l'”Amour Toujours” di Gigi D’Agostino (quest’ultima come noto abbondantemente ripescata a distanza di 20 anni, ottiene un nuovo successo paragonabile al precedente).

2000-2003: L’esplosione della “house commerciale” e gli ultimi vagiti della dance ’90

Il titolo di quest’ultima sezione non è casuale, il 2003 è infatti comunemente ritenuto una sorta di spartiacque tra il mondo della discoteca tradizionale degli anni ’90 e quello attuale, caratterizzato da situazioni completamente agli antipodi rispetto a quel periodo.

Dal 2001 al 2003 assistiamo da una parte all’esplosione di suoni più raffinati e soft, e alla cosiddetta “house commerciale” (termine in realtà usato impropriamente), dall’altra agli ultimi colpi di coda della dance commerciale con suoni simili a quelli della fine del decennio precedente, culminata nel 2003 in una serie di brani dance con cassa molto pesante e caratterizzati dall’avere un cantato esclusivamente in italiano.

Fanno parte della prima categoria i brani come quelli di Spiller, Afro Medusa, House Of Glass, The Supermen Lovers, Roger Sanchez, D.B. Boulevard, Planet Funk, Different Gear, Praise Cats, Deepswing, Silicone Soul, Part-T-One.

I brani cantati in italiano invece di maggiore successo di quel periodo sono “La danza delle Streghe” e “Geordie” di Gabry Ponte, “Giulia” di D.J. Lhasa, “Voglio vederti danzare” di Giorgio Prezioso, “Sexy girl” dei Brothers, “La discoteca” degli Exch Pop True e “Il gioco dell’amore” di Danijay feat. Hellen, “Viaggia insieme a me” e “Una notte e forse mai più” degli Eiffel 65.

L’uscita di questi brani corrisponde in pieno a ciò che potremmo definire la fine di un’epoca. Dal 2003 in poi, complici una infinità di fattori tra cui la crisi economica, l’entrata in vigore dell’euro, un diverso modo di intendere le serate e il mondo della notte (“dall’entusiasmo” in pista al “protagonismo sfrenato” con i tavoli prenotati e lo spumante o la vodka) questo settore conosce una crisi costante e un punto di non ritorno. La mazzata finale arriverà poi dal divieto di fumo nei locali pubblici al chiuso, e qualche tempo dopo l’esplosione degli smartphone e dei social.

Gli anni delle discoteche aperte dal mercoledì alla domenica sera e delle domeniche pomeriggio per i più giovani lasciano il posto ad eventi in cui il DJ assume sempre più una figura assimilabile a quella di un “musicista” (si passa dalla consolle “inaccessibile” a quella tra la gente o addirittura in tempi recenti il palco). La serata diventa il “DJ Set”, il culto del “sabato sera tassativo a ballare in discoteca” scompare lasciando lo spazio all’idea dell’evento da vivere come un’esperienza “una tantum” e non un’abitudine, una sorta di concerto.

Degli anni ’90 ci rimangono poche foto (perchè i rullini e lo sviluppo costavano!), ma tanti ricordi indelebili.

Le cattedrali nel deserto delle discoteche abbandonate che oggi vediamo nei gruppi facebook sembrano ancora trasudare emozioni, suoni, sapori di pomeriggi e nottate che hanno segnato tutta la generazione nata negli anni ’60-’70.
Il benessere e la floridità economica degli anni ’80 e ’90 vedeva nella discoteca il suo tempio sacro: nottate che sembravano non finire mai, divertimento sfrenato in contesti che il moralismo di oggi senz’altro condannerebbe e alienazione dal quotidiano per quelle quattro o cinque ore il fine settimana in un contesto dove la tristezza era bandita, e tutto sembrava un immenso e gioioso luna park.