Il giornalino di
Radio Azzurra Novara
Anno 1 - Numero 1 - Maggio 1976


L'ARTICOLO:

PARLIAMONE INSIEME

 

Perché, nell’ambito dei programmi di una radio libera, indipendente quale RADIO AZZURRA, trova posto un programma come Parliamone Insieme? Questa è la domanda che molti potrebbero porsi, che io stesso prima di iniziare il programma mi sono rivolto, e sinceramente devo confessarvi che la risposta a tale interrogativo mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca.

Sì, perché collegato a questa risposta, c’è un discorso piuttosto lungo, ma altrettanto realistico, un discorso che ha come protagonisti i giovani, i loro atteggiamenti, i loro problemi, i loro inevitabili drammi, le loro contraddizioni più che mai evidenti e le loro colpe.

I giovani, questi eterni scontenti, questa razza che spesso appare incomprensibile agli occhi degli adulti, non riescono a guardare con chiarezza dentro di loro e tutto questo non fa che accentuare le difficoltà che quotidianamente incontrano. E’ inutile ora soffermarsi ad elencar quelli che possono essere i problemi comuni alla maggioranza dei giovani, tutti li conosciamo perfettamente, li tolleriamo passivamente accontentandoci di commiserarli, abitudine del resto propria a noi italiani. Penso quindi che sia molto più interessante e forse produttivo cercare di analizzare il comportamento dei giovani di fronte a questa situazione, di fronte a determinati fatti che oggi o, tutt’al più in un domani vicino, li riguarderanno in prima persona.

Oggi i giovani vengono a vivere in un momento difficile, un momento in cui la realtà storica ed economica non è forse delle più rosee.

La società con i suoi mille problemi, con le sue strutture, ormai incapaci di adempiere alle proprie funzioni, tende ad escluderli. La società pare sia fatta per gli adulti e solo per loro, in troppe occasioni i giovani purtroppo ne vengono respinti ai margini, il sistema economico non garantisce loro il diritto al lavoro, bensì ne sanziona fatalmente la condanna alla disoccupazione.

E’ quindi fin troppo facile capire che chi maggiormente patisce le contraddizioni della nostra società, sono proprio i giovani.

Tuttavia, al di là di queste constatazioni, fin troppo ovvie, è necessario anche analizzare la posizione dei giovani, i loro atteggiamenti, il loro modo di reagire di fronte ad una situazione così sfavorevole. Cosa fanno i giovani di fronte alle disfunzioni sociali, di fronte a quei problemi che li riguardano da vicino? Ben poco, ma, sempre, molto meno di quanto potrebbero fare.

La maggioranza di loro, tende ad accettare quanto accade con una sorta di fatale ed assurda rassegnazione. Ci si accontenta di compiangersi, quasi fossero vittime di un inconcepibile forma di masochismo. Quell’entusiasmo che dovrebbe contraddistinguere la figura tipica del giovane è, in molti, completamente assente, gradualmente forse quasi inconsciamente, vengono assimilati quegli schemi mentali che il sistema trasmette. Un certo modo di pensare, di agire, conseguentemente tipico quasi di un sistema sociale consumistico, capitalistico come il nostro è, purtroppo, imposto alle nuove generazioni. Si giunge così a quella assurda situazione secondo la quale, quei certi modelli di vita, giustamente contestati con tanto ardore durante gli anni caldi della contestazione giovanile, ed immancabilmente riproposti dal sistema, vengono, prima o poi, passivamente accettati. E così vediamo molti giovani desiderare con tanta bramosia quei tipici simboli del benessere economico (se ancora di benessere si può parlare, essendo in realtà un benessere illusorio): moto costose, auto vistose, abiti eleganti e così via.

Si assiste quotidianamente ad una vera e propria passerella delle varie ideologia, o meglio, pseudo-ideologie, esteriorizzate da un certo modo di vestire, di comportarsi, di trascorrere le giornate. Il tutto strettamente ricollegato ad un sottile gioco di atteggiamenti, ad una serie di atteggiamenti che caratterizzano in massima parte il comportamento del singolo, venendo a condizionarlo persino nei suoi sentimenti.

In tema di atteggiamenti può essere interessante, ed al tempo stesso un po’ tragico, analizzare le varie categorie alle quali ciascuno di noi appartiene, il cui comportamento abituale tende ad avvicinarsi a quello riproposto da una delle varie categorie. Bene, cominciamo dunque la nostra breve rassegna degli stereo-tipi di giovani con il “tipo bene”, quello, per intenderci, che si riconosce perché veste con cura e con cose costose, normalmente gira su una grossa moto giapponese o su una macchina di grossa cilindrata, possibilmente Porsche. Hanno idee particolari gli “aderenti” alla categoria, preoccupati principalmente dalla loro carriera futura, una carriera che dovrà essere in grado di soddisfare le loro ambizioni di grandezza.

Simile, ma di casta inferiore, è il tipo della seconda categoria quella che rappresenta la versione del “tipo bene in tono minore”. L’appartenente alla categoria cerca disperatamente di non identificarsi con il figlio di papà, fa di tutto pur di nascondere, dietro un certo modo di vestire e di comportarsi, la propria estrazione sociale che, il più delle volte, va ricercata nella media borghesia.

Ed infine c’è il tipo impegnato, ascolta molta musica, specie se politicizzata, fa dei jeans la sua divisa, senza accorgersi che pratica una moda del falso dimesso. Con questo, non vogliamo generalizzare troppo.

C’è da dire che la maggioranza dei giovani, purtroppo, ha qualcosa in comune con uno dei tre tipi elencati, uno dei tanti modelli cui forse inconsciamente ci si ispira quotidianamente.

Esistono, fortunatamente, anche quelli che riescono ad avere degli interessi: giovani che dedicano buona parte del loro tempo libero a qualcosa di costruttivo.

Intendiamo riferirci a tutti coloro i quali attuano, con un impegno degno di sincera ammirazione, una attività in gruppi politici, sociali, giovani che fanno di questo impegno un loro credo, un modo attraverso il quale comunicano agli altri il loro entusiasmo.

Ma al di là di tutta questa serie di identificazioni, al di là di questo continuo lavoro di caratterizzazione della propria personalità, cosa resta dei giovani, cosa in concreto riescono a dare alla società, questa è la domanda che ci sorge spontanea.

Poco, ci si preoccupa solo dell’apparenza, di apparire in un certo modo, mentre si trascorrono i pomeriggi nei bar, nelle discoteche. L’impatto con i problemi della vita viene rimandato, sino a quando si è studenti (e oggi lo siamo quasi tutti) tutto il resto non ci interessa o forse fingiamo non ci interessi. La partecipazione attiva alla vita sociale è per la maggioranza pressoché nulla. Si giunge così al giorno della maggiore età, al giorno nel quale lo Stato ci ritiene idonei a votare, senza avere capito che vivere in una società significa anche (anzi direi soprattutto) vivere per gli altri, in funzione degli altri.

Ma forse questo generale disinteresse a quanto li circonda, questa mancata partecipazione attiva alla realtà sociale, questa mancanza di reazione che dovrebbe essere propria dei giovani, va ricercata in un certo senso di insicurezza, di disagio accusato dalle nuove generazioni. Quelle nuove generazioni che ricercano modelli sicuri in cui rifugiarsi, timorose di non essere accettate dagli altri, pronte a rifiutare tutto quanto può sconvolgere il loro equilibrio, pronte a condannare chi è diverso, chi reagisce a questo stato di rassegnazione magari nel modo più tragico, magari affidando le proprie speranze ad una dose di droga.

Tutto questo, penso nasconda una profonda insicurezza. I giovani sono fondamentalmente insicuri ed amorfi al tempo stesso, incapaci cioè di uscire da questo loro disagio, prendendo delle posizioni precise, ben delineate. Oggi i giovani non lottano più per un ideale, per cambiare un certo modo di pensare, di vivere, una certa scala di falsi valori come accadde nel ’68. Ed oggi, in un momento nel quale c’è un grande bisogno di forze vive, di idee nuove capaci di scuotere la società da quella profonda crisi sia morale che materiale, nella quale si trova, viene incredibilmente a mancare l’apporto fondamentale dei giovani.

E’ quindi ora di guardare un po’ più in là del proprio naso,, anche vivendo in una piccola, tranquilla, borghese città di provincia quale la nostra, si può avere ugualmente la possibilità di fare qualcosa di utile per tutti quanti. La nostra città non è esente da problemi ormai comuni a tutto il Paese, a Novara come in ogni altra città è presente il problema della droga, dell’immigrazione, della criminalità giovanile, dei disadattati sociali, degli emarginati, della carenza di quelle istituzioni e di quegli impianti particolarmente necessari agli adolescenti, della situazione degli anziani e della loro esclusione alla partecipazione, all’attività della vita sociale e di tanti altri problemi.

Le possibilità di un impegno utile ed immediato non mancano: forse ciò che manca è la volontà di realizzare questo impegno.

L’immaturità, l’apatia, l’egoismo eccessivo, una educazione sbagliata possono essere le cause prime di questa situazione.

Forse basterebbe capire il vero significato della vita, per poter superare, vincere queste remore, forse sarebbe sufficiente comprendere che non esiste merito più grande che quello di dare qualcosa di sé stessi agli altri.

Vivere in una società significa vivere anche per questa società e poiché la società è fatta, è costituita non solo da noi, ma anche dagli altri, da quelli che ci circondano, da quelli che non conosciamo, è importante vivere anche per loro: rispettandoli, comprendendoli e soprattutto aiutandoli.

 

L.M.

 

 


   
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