Il percorso della maggioranza degli appassionati di musica e di tecnologia è molto simile: si parte quasi sempre dal “baracchino CB”, poi si approda ad una o più radio locali, si iniziano a comprare dischi…e si passa dallo studio della radio alla consolle di un locale.

Anche nel mio caso, questo passaggio è stato una conseguenza quasi naturale. Non so però dire se la provenienza radiofonica abbia aiutato oppure ostacolato questo percorso. Diciamo che vivere in una realtà di provincia come è la città di Novara negli anni ’90 non ha di certo favorito una iniziale propositività, che però si è sviluppata per fortuna con il tempo e grazie soprattutto ad esperienze diverse. Le realtà radiofoniche presenti sulla città di Novara nei primi anni ’90 infatti pur avendo condimenti diversi, avevano ingredienti dell’”insalata musicale” molto simili e comunque sempre tendenzialmente mainstream.

Questo hobby è nato da un momento all’altro, come racconterò più avanti, ed ha finito quasi per travolgermi. Con il senno di poi spesso ho ripensato alle reale motivazioni di questa scelta e non sono mai giunto a conclusioni concrete: l’ho fatto per passione? l’ho fatto per soldi? l’ho fatto per stare in mezzo alla gente? forse non lo so nemmeno io.
Diciamo che più che altro era un meccanismo perfetto per finanziare il mio hobby principale, ovvero quello dell’SWL prima e del Radioamatore dopo. Una partita di giro, insomma.
Nessun guadagno, specie all’inizio (con l’acquisto dei vinili al passo con i tempi ero più in perdita che altro!), e nessuna svolta nella vita. Ma diciamo che non c’era nemmeno quella pretesa, anzi.

Era un’altra Italia: il culto dell'”apparire” ancora non esisteva, i social non avevano ancora rovinato il mondo della notte, e i D.J. mixavano sul serio…vuoi anche solo per il fatto che erano obbligati ad imparare, dovendo necessariamente usare i vinili (questo fino al 2002/2003).

La mia prima apparizione in pubblico risale all’estate del 1995: in un paesino in provincia di Novara (Mezzomerico per l’esattezza) affianco tecnicamente un amico che già da qualche tempo aveva iniziato ad organizzare eventi.
La risposta fu grandiosa, infatti arrivò veramente un sacco di gente!
Ho un filmato di quella serata, ogni tanto lo rivedo provando una certa nostalgia di come con pochissimi mezzi riuscivamo a fare grandi cose (ad esempio quella sera avevamo una tastiera spara-jingles con un computer in DOS collegato ad una Sound Blaster…diciamo una versione “nerd autocostruita” della mitica Roland DJ-70, ma con una leggera latenza.

Il passo successivo è stato fare l’ospite in una festa in una piccola discoteca vicino a Cervinia (Aosta) a dicembre dello stesso anno, sotto una copiosa nevicata.
Non ricordo molto di quella notte, se non il fatto che la gente sembrava apprezzare la mia selezione…ma con il senno di poi pensandoci dovevo essere veramente agli albori e improvvisato, tecnicamente ancora “acerbo” ma soprattutto musicalmente in una fase adolescenziale di nome e di fatto, la fase in cui ogni D.J. agli esordi ha la pretesa che la musica che conosce e che ascolta debba essere per forza ballata da un pubblico di una pista. Nulla di più sbagliato…

Negli anni ’90 il percorso era comunque senza grossi ostacoli, poichè anche il peggior locale era comunque pieno di pubblico e bene o male ballavano tutti. In alcuni ambienti l’importanza di mixare superava quasi il saper selezionare il brano giusto, c’era una sorta di gara chi tecnicamente fosse migliore, e il “nonnismo” era abbastanza diffuso. Le difficoltà in tal senso sono aumentate negli anni. Mi piacque da subito la parte psicologica del D.J., ovvero la reazione del pubblico in pista ad ogni cambio di disco, e l’adrenalina che si prova ad avere in mano “i bottoni” e il buon esito della serata. Un’illusione effimera di sentirsi importante e fondamentale, quindi la compensazione ideale per una persona introversa e schiva come me.

Dopo quella comparsata sono seguiti mesi in cui il mio obiettivo principale era conseguire la maturità scientifica, e quindi ho messo da parte ogni minimo entusiasmo pur continuando a frequentare il mondo delle discoteche (come cliente). Dal punto di vista tecnico importante è stata la frequentazione (soprattutto alla domenica pomeriggio) della discoteca Mirage di Arona (No). A differenza del resto del pubblico, non trascorrevo le mie ore in pista ma passavo pomeriggi interi ad osservare la consolle dove i D.J. erano veramente ineccepibili nei loro passaggi. Inoltre, siccome era una discoteca dove la “musica” era protagonista, ho assistito a davvero tantissime ospitate di tutti i big della dance dei primi anni ’90. Al Mirage passavano proprio tutti, era un vero e proprio punto di riferimento e tempio per la dance commerciale della provincia. Nei tre piani il dancefloor era sempre imballato di pubblico.

Dal punto di vista artistico invece sicuramente un’importanza fondamentale ha avuto l’assidua frequentazione, già dalla primavera del 1996, della Discoteca Nautilus di Cardano al Campo (Va). Il Nautilus era una discoteca immensa, c’erano 5 sale con generi ben distinti, pubblici diversi, ognuna un “mondo a parte”… e conseguentemente playlist molto più eclettiche e anticonformiste rispetto alla realtà davvero chiusa della provincia Novarese, dove l’unico film che si è sempre vissuto è stato solo quello house o commerciale. Nel giro di poco più di un decennio ogni sala del Nautilus ha rappresentato per me una parentesi ben definita di vita musicale: all’inizio fu la dance estrema della “Symbol”, poi il punk e lo ska dell’immensa “Sala Rock”, infine la “Fossa” con il rock anni ’70, l’afro e la musica reggae. La differenza sostanziale tra il Nautilus e le altre discoteche, era che al Nautilus potevi anche partire da Novara da solo…senz’altro avresti trovato qualcuno che conoscevi oppure uno sconosciuto con cui socializzare:  in questa cosa il “popolo rock” è sempre stato eccezionale! Altrove tutto questo non era possibile, e più passavano gli anni, più le serate “commerciali” da cliente in discoteca assumevano il sapore di una noia davvero mortale!

Il Nautilus ha avuto il pregio di farmi conoscere altri mondi rispetto a quelli che vivevo in una città borghese come Novara, e con essi tante culture musicali. Fino al 1996 la mia conoscenza della musica rock era veramente superficiale ed al centro della curva gaussiana: si limitava a Bon Jovi, gli Europe, i Guns’n’Roses, gli Ac/Dc… Dal 1996 in avanti è partito un cammino esplorativo che, in fondo, non credo terminerà mai.

Successivamente ho frequentato il mondo underground milanese (dal 2003 in poi) con il Rainbow, l’Aquatica d’estate, il Rolling Stone e lo Shelter di Colturano. Ai D.J. di questi locali devo davvero moltissimo: hanno infatti avuto un’influenza enorme su tutto il mio background musicale, e sulla mia naturale curiosità nell’ascoltare sempre qualcosa di inedito (una delle cose fondamentali che raccomando sempre a tutti gli allievi del mio corso per D.J. è di non fermarsi mai ad ascoltare ciò che propongono le radio, oppure i D.J. delle serate commerciali, ma di essere sempre propensi a scoprire qualcosa di nuovo e interessante da riprodurre).

Nonostante io abbia sempre scelto di frequentare nelle serate “libere” da impegni dei locali alternativi, devo però riconoscere che la prima fase della mia permanenza in consolle, quella dal 1996 al 2007…è stata purtroppo segnata dalla prevalente collaborazione con locali commerciali, e dal conseguente acquisto di tonnellate di dischi che con il tempo sono finito per rinnegare quasi totalmente.

E’ questa un po’ la caratteristica fondamentale che distingue un D.J. da un collezionista e/o vero amante della musica. Una domanda che faccio spesso ai D.J. è: “sapete quantificare percentualmente quanti dei dischi che avete comprato negli anni veramente vi piacciano, e quanti invece siete stati costretti ad acquistarli per far ballare una pista, ma in realtà non avete mai amato?”. Le risposte, tutt’altro che scontate, non superano mai il 50% di apprezzamento. Questo indica in modo chiaro e inequivocabile di quanta “immondizia musicale” si riempia un D.J. mainstream nel corso della sua attività, a discapito della vera qualità.

Ma spieghiamo un po’ com’e’ cominciato tutto…e quale è stata in realtà la cosa che ha fatto passare dalla dimensione di “festa tra amici” al chiedere a un locale di suonare…

Appena qualche giorno dopo l’orale della maturità (credo fosse precisamente il 23 luglio 1996), una sera un’amica con me in auto affronta un banalissimo discorso destinato a segnare un giro di boa “Federico, ma tu con tutti i dischi che compri per la radio e i soldi che spendi, non hai mai pensato di fare qualche serata in un locale e recuperare almeno le spese?”.

Questa frase risuona nella mia mente quasi come un impulso, e d’istinto, detto-fatto…la stessa sera affiancato da lei comincio a chiedere di suonare a due locali vicini al posto dove ci trovavamo in quel momento. Probabilmente ammetto che avevo bisogno di un impulso di una ragazza per iniziare tutto questo.
Ho la fortuna di capitare a “Casa Miguel” (Ex Bulè di Bellinzago), un discobar molto in voga al momento (migliaia di presenze ogni weekend) e di incontrare un gestore che crede in me e mi offre la possibilità di iniziare alla grande: dall’oggi al domani mi trovo a dover sostenere ben 4 serate, dal giovedì alla domenica, e far ballare centinaia di persone.

Nonostante sia sempre stato contro le playlist generaliste, e abbia fatto delle vere e proprie crociate in tal senso negli anni, c’e’ da dire che però riconosco l’importanza di questa prima fase: tale locale diventa una sorta di palestra destinata a durare 3 anni. Era il classico discobar degli anni ’90 dove si proponeva la cosiddetta “Happy Music” (termine ormai obsoleto e in disuso) ovvero una playlist a 360° che potesse accontentare un pubblico di tutte le età, con tutti i successi di tutti i generi, dagli anni ’60 ad oggi. Un contesto ben diverso dalle discoteche con sale tematiche ben definite, e un contesto in cui in sostanza si aveva a che fare con target molto vari riuniti in un solo ambiente. Esattamente il contrario del Nautilus che invece frequentavo durante le “serate libere”, e dove traevo spunto per playlist che il più delle volte non riuscivo assolutamente a proporre come invece avrei voluto…

Le richieste del pubblico e le indicazioni dei gestori ad ogni serata costituiscono una vera e propria formazione musicale che segna il passaggio da “cio’ che ritenevo potesse andare o funzionare in pista” (in base all’esperienza radiofonica dentro le mura) a “ciò che in realtà chiedeva la gente comune” (ovvero il mondo reale, già ai tempi molto diverso e sorprendente rispetto all’FM).

Casa Miguel” è stato in sostanza il posto dove mi sono fatto le “ossa”, dove le richieste musicali eterogenee mi hanno fatto capire che musica potesse ascoltare chi avessi davanti, e dove alcuni “fail” mi hanno reso sempre più sicuro delle scelte.

Da lì parte un’avventura ancora in corso, ed una collaborazione con oltre un centinaio di realtà (tra discoteche, discobar, livemusic, birrerie, ecc…) che mi porta a continuare a comprare musica e raggiungere l’attuale quota di quasi 40.000 titoli di brani catalogati presenti in archivio in originale (tra Vinili, Cd e Download Digitale).

In questi anni ho attraversato la transizione dall’analogico (Vinile, in tutti i locali scelta obbligata fino al 2001) al digitale (prima con i lettori cd dal 2001 al 2013 e poi con Traktor dal 2013 ad oggi) adattando quindi ogni volta la mia tecnica di mixaggio.

Sin dalle prime serate ho mostrato un particolare interesse e una propensione a proporre titoli e artisti del decennio degli anni ’80, di tutti i generi (dalla New Wave inglese, all’Italo-Disco, alla musica italiana). A livello “emozionale” per chi è nato nella seconda metà degli anni ’70 ed è della mia generazione, gli anni ’80 hanno rappresentato musicalmente qualcosa di più di un semplice periodo di edonismo e floridità economica.
Anno dopo anno, proponendo playlist spesso in contesti molto diversi (dal “centro sociale” al locale più “elegante e cool”) incontro pubblici molto agli antipodi tra loro. Tutto questo arricchisce notevolmente il mio know-how musicale: a differenza di molti altri non rimango “immobile” nelle mie idee e nelle mie playlist o arroccato a false convinzioni, ma ogni volta dimostro di essere un artista molto eclettico e cerco di interpretare al meglio la situazione senza troppi paletti, ma sempre con una coerenza di fondo. Gestisco la serata più propositiva nel locale di nicchia e la serata più mainstream nel locale con centinaia di persone dimostrando grande apertura mentale (da buon Acquario…). Ogni esperienza, soprattutto le peggiori, servono ad affrontare nella maniera migliore le circostanze che si presentano.

Dal 2004 in avanti comincio a proporre sempre più assiduamente generi musicali rock, indie e di nicchia. Il tutto si concretizza nel 2007 con la creazione dell’”Alternative Party”, una serata periodica dedicata alla musica alternative (che bene riassumo nell’apposita sezione del sito).
Pur arrivando alla nascita di una propria “one night” solo dopo 10 anni di consolle, ritengo che il decennio successivo dell’Alternative Party (2007-2017) sia stata la mia “età vittoriana”, con i suoi pro e contro. Sono passato dall’essere un semplice D.J. alle dipendenze di un locale a diventare organizzatore, grafico, direttore artistico e soprattutto PR di me stesso (e dei collaboratori) e della mia creatura.
La soddisfazione che si prova a vedere locali che si riempiono di persone veramente “amanti della musica” proposta nell’unica one night della zona a genere New Wave ’80 e Alternative, è un appagamento che credo sia la punta dell’iceberg della storia di un D.J..
Ho veramente dato tutto me stesso in questa parentesi, potrei raccontare mille aneddoti…ma ciò che importa sono dei ricordi indelebili di serate con playlist davvero di qualità e un pubblico che tutti vorrebbero, ma che con il tempo purtroppo si è rarefatto ed è scomparso come neve al sole.

Le playlist attuali contengono ancora diversi generi (sia alternativi che mainstream, ben riassunti in modo chiaro analiticamente nella pagina “scegli la tua playlist”) ma ritengo di essere uno dei più indicati nella zona del Piemonte Orientale per quanto riguarda l’organizzazione e la gestione musicale di serate specifiche sul filone degli anni ’80 (in tutte le sue forme) e sul Rock 360°, avendo una conoscenza più che approfondita di entrambi i filoni.

Le serate anni ’80 in particolare possono essere realizzate sia interamente su vinile (con piatti Technics 1200) che su CD o in digitale (Traktor S2).

Con gli anni il numero di apparizioni è costantemente diminuito, un po’ per scelta e un po’ per costrizione. Attualmente le date di un anno si contano sulle dita di una mano, siccome preferisco quelle più congeniali al mio gusto artistico e organizzativo, rinunciando a priori a situazioni generaliste e poco definite. Sembra incredibile, ma attualmente sono tornato a usare piatti e vinili, c’e’ molta richiesta in questo senso…proporre la musica degli anni ’80 sui reali supporti e quindi con la stessa qualità audio dell’epoca, è veramente appagante se ci si trova nel contesto giusto e con il pubblico giusto, cosa molto rara…ma ogni tanto capita 🙂

Dal 2014 al 2019 sono stato docente del “Corso per D.J.” presso il Civico Istituto Musicale Brera di Novara. Il target cui si è rivolto questo corso è stato molto vario, ho avuto come allievi ragazzini di 12-13 anni e persone già adulte e mature (over 50): le motivazioni che avvicinano al mondo del D.J. sono molteplici. Il corso si è articolato in 12 lezioni da 2 ore l’una, e aveva come oggetto nella parte “base” (prime 6 lezioni) principalmente i seguenti temi:

-Aspetto psicologico del D.J.: motivazioni e obiettivi
-Dotazione tecnica essenziale: analisi di ogni singolo strumento
-Costruzione di una “playlist-tipo”, mood, energia.
-Formati audio e tipi di qualità
-Catalogazione dei brani in base alle categorie di popolarità per ogni genere
-Mixaggio “tipo” in 4/4: intro, outro, radio edit. Concetto di BPM. Parte di mixaggio pratico su lettori CD e con chiavette Usb.
-Storia della musica da ballare in 4/4 dagli esordi ai giorni nostri
-La burocrazia del D.J.: Siae (Licenza Siae e Borderò-Guida alla compilazione), Ex-Enpals, aspetti fiscali e contributivi.

A differenza di quasi tutti i corsi per D.J. e quelli che in passato si sono tenuti nella mia città, questo corso ha voluto affrontare in primo luogo la parte “artistica” e “creativa” dell’hobby o del mestiere, e non solo la parte pratica e tecnica. Ho ritenuto importante sin da subito dedicare una parentesi significativa alla cultura musicale e al racconto di mille esperienze ed aneddoti che ritengo possano essere molto più importanti del semplice “saper mixare a tempo”, che bene o male…prima o poi si impara!

Ringrazio chi è arrivato fino al termine di questo racconto cronologico, anche se ci sarebbero aneddoti da raccontare quasi per costruire un libro!

La coscienza è quella di aver trascorso degli anni indimenticabili, e di aver sempre cercato di trasmettere le emozioni a tutti coloro che avevo davanti.
Qualche volta ci sono riuscito, qualche volta no…ma ognuno ha una sensibilità diversa, lo sappiamo, anche nel rapporto con la musica.

A tutti gli aspiranti D.J. di oggi, dopo quasi 25 anni, mi sento di dare fondamentalmente questi consigli:

-obiettivo principale, appunto: trasmettere emozioni!
-essere sempre se stessi e non lasciarsi travolgere dalla situazione. Oggi sei sul limbo, domani non si ricorda più nessuno di te. E’ così per tutto il mondo artistico, ed è successo anche ai migliori.
-essere sempre curiosi di ascoltare gli altri colleghi, quindi frequentare anche serate diverse dalla propria, per trarne spunto. C’e’ sempre qualcosa da imparare.
-essere sempre propositivi, nelle giuste dosi, cercando di fuggire il più possibile dalla banalità (anche nel commerciale).
ovviamente divertirsi. Non è necessario sorridere tutto il tempo, ma nemmeno dare l’impressione di proporre dei brani per inerzia.
-Internet oggi offre una possibilità pressochè infinita di conoscere brani del passato e la storia della musica: non fermarsi al presente ma cercare sempre di capire, per ogni genere, come si è arrivati a quello che ascoltiamo oggi.
-prediligere una buona selezione alla tecnica: non c’e’ bisogno di ragionieri in consolle che facciano mixaggi a lama di coltello e che siano ostaggi dei BPM che propongono, ma persone che abbiano chiaro chi hanno davanti e riescano ad interpretarlo musicalmente nel modo migliore.
-un buon punto di arrivo può essere oggi passare dalla consolle alla produzione, o se non altro specializzarsi in un genere e coltivarlo fino in fondo. La commerciale può essere un punto di partenza, ma il seguire successivamente un filone “originale” con cui il pubblico possa identificare il D.J. è obiettivo auspicabile.